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Belluno
dom 19 novembre 2017

STORIA

L’alpinismo è una disciplina sportiva che si basa sul superamento delle difficoltà incontrate durante la salita di una montagna L’ascesa (arrampicata) o alpinistica può avvenire su roccia o su neve e ghiaccio.
La differenza tra l’alpinismo e la l’arrampicata sportiva è che, nell’alpinismo lo scopo è quello di raggiungere la vetta di una montagna, dove le difficoltà maggiori sono dovute all’ambiente quali la lunghezza del percorso, neve e ghiaccio, variazioni meteorologiche e impegno fisico e psichico. Nell’arrampicata lo scopo principale è il dover superare una parete naturale o artificiale o di una parte, qui subentra la difficoltà tecnica, pareti verticali, i gradi di difficoltà anche qui l’impegno fisico e psichico.

La presenza dell’uomo in montagna risale già al periodo preistorico, da ricordare presso le Dolomiti (zona Cortina d’Ampezzo) “l’Uomo di Mondeval” oppure nella zona di Merano “l’Uomo del Similaum”, già nel quattordicesimo secolo nel 1336, Francesco Petrarca e il fratello Gherardo salirono al Mont Ventoux mt.1910 circa e nel settembre del 1358 Rotario d’Asti raggiungeva la cima del Monte Rocciamelone mt.3.538.

Tra le ascese della preistoria alpinistica , ricordiamo che nella regione Francese del Vercors ci fu l’ascensione al Mont Aiguille mt.2.086 – voluta nel giugno 1492 da Carlo VIII, alla guida di questa ascensione ci fu un capitano militare e a seguito un gruppo di religiosi e maestranze del luogo, che eressero una cappella votiva e tre croci in cima alla montagna. Nel periodo che và dal 1786 al 1870, ha inizio la storia delle prime “vie normali”; una delle prime fu la salita al Monte Bianco da parte di Paccard e Balmat epoca in cui la motivazione dell’esplorazione era la ricerca scientifica – seguite da altre per scopi militari, economici….

Rapidamente l’alpinismo perse le sue motivazioni scientifiche per assumere una connotazione di sana attività psicofisica dilettantistica. il periodo dell’illuminismo cede il passo al periodo del Romanticismo, così le ascese vengono fatte proprio per spirito d’avventura e non più per effettuare misurazioni scientifiche, militari o altro. In pochi decenni nel periodo 1800-1870 Cirac, vennero “conquistate” praticamente tutte le principali vette delle Alpi, e iniziarono le prime spedizioni/esplorazioni extraeuropee. Protagonisti di questo periodo furono soprattutto esponenti della nobiltà e della buona borghesia inglese e tedesca, che si facevano accompagnare da valligiani svizzeri, francesi ed italiani, la pratica alpinistica si diffuse anche in Francia ed in Italia ne1863 ci fù fondazione del CAI, Quintino Sella. L’iniziativa di guide capaci si imposero come assoluti protagonisti. Le salite senza guida così come quelle delle guide senza clienti furono un’eccezione. Il livello tecnico non superava il nostro III° grado odierno per le salite in roccia, mentre alcune salite di tipo glaciale rappresentano oggi un banco di prova o per l’impegno richiesto e per le pendenze superate tenendo conto delle attrezzature dell’epoca (non per niente chiamati Pionieri dell’Alpinismo) nel 1865 Moore e Anderegg salgono lo sperone della Brenva, superando senza ramponi, pendenze vicine ai 60°). Questa prima fase termina con l’ascesa del Cervino nel 1865.

Le ascese principali:

1789 – Monte Bianco
1804 – Ortles
1811 – Jungfrau
1828 – Pelvoux
1829 – Finsteraarhorn
1829 – Bernina
1842 – Punta Gnifetti
1850 – Antelao
1855 – Punta Dufour e Civetta
1863 – Tofana
1864 – Adamello e Marmolada
1865 – Grandes Jorasses, Aig. Verte e Cervino
1869 – Sassolungo

Negli anni successivi, periodo che va dal 1.870 ai primi anni del 1.900, si arriva a un progresso di natura tecnica su roccia che porta le difficoltà tecniche di arrampicata verso l’attuale IV/IV+ in granito ed al V- in Dolomiti. Quindi gli alpinisti vogliono trovare nuove vie oltre le vie normali, dove una volta in cima si godeva di uno splendido panorama.
Protagonisti assoluti di questo periodo, sono alcune guide alpine, savoiarde, aostane, svizzere Charlet, Stratton, Burgener, Rey, Klucker

 oppure di area dolomitica: Dimai, Bettega, etc. – che, pur svolgendo un’attività esclusivamente professionale, sono ormai spesso anche i propositori delle salite e ricoprono nella cordate un ruolo di primo piano: Nei primi anni del ‘900, fino al 1914, alpinisti i come Piaz, Preuss, Dibona ed ancor più Dülfer raggiungono un alto livello tecnico tenendo conto dell’attrezzatura dell’epoca, arrivando al V/V+. con l’utilizzo dei chiodi permette di superare tratti impensabili fino a poco prima, nascono nuovi strumenti quali il chiodo (Fiechtl), il moschettone (Herzog), la corda doppia, con i quali si riuscì ad aumentare il grado di difficoltà nelle scalate alle grandi pareti.
Questo periodo è caratterizzato da molte polemiche di natura etica se utilizzare i chiodi o no, si chiude tragicamente con lo scoppio della I Guerra Mondiale, che segna la fine di tutta un’epoca guide comprese le guide: il crollo di un’intera classe sociale e la crisi economica del dopoguerra toglierà alle guide quei clienti facoltosi ma capaci che avevano reso possibile un certo tipo di alpinismo.

L’ultima di queste è Angelo Dibona , forse la più grande guida di tutti i tempi, che seppe risolvere i grandi problemi non solo nelle sue Dolomiti (Roda, Cima Una, Croz) ma anche nei massicci Austriaci (Laliderer) ed addirittura nel Bianco e nel Delfinato. Già Tita Piaz è una guida moderna, che esercita il mestiere esclusivamente per passione, ed opera le salite esclusivamente secondo il proprio desiderio.

Sono i grandi personaggi dell’alpinismo austro-tedesco, i Preuss, i Dülfer, i Fiechtl, gli Herzog, a caratterizzare gli ultimi anni prima della guerra e ad anticipare a volte il periodo successivo. Questi grandi maestri dell’arrampicata applicarono realmente le loro convinzioni: così Preuss da solo sulla Est del Basso seppe rinunciare ad ogni mezzo artificiale, mentre Dülfer sul Fleischbank e sul Totenkirchl, grazie ad un abile uso delle manovre di corda ed a qualche chiodo, fece compiere senza alcun dubbio un marcato passo avanti al livello tecnico.

Ma se l’etica severissima di Preuss non può, almeno in teoria, essere messa in discussione, e resta tuttora a monito nei confronti di chi è disposto ad eccessivi compromessi in nome della sicurezza o del “divertimento”, sarà soprattutto la strada dei più pratici Dülfer e Fiechtl ad essere seguita.

Grazie all’alpinista austriaco Willo Welzenbach ed all’italiano Domenico Rudatis, ad una codificazione delle difficoltà. Nel 1926 nacque la famosa Scala Welzenbach in 6 gradi, poi divenuta scala UIAA (unione internazionale delle associazioni alpinistiche) e ancora oggi utilizzata come punto di riferimento per misurare le difficoltà di un tracciato alpinistico.

La scala di Welzenbach consisteva all’inizio di 5 gradi, indicati con i numeri romani, ognuno con una “variante” superiore o inferiore (indicata con il segno + o con il segno -).

“I” indica una salita facile, “II” poco difficile, “III” abbastanza difficile, “IV” difficile e “V” molto difficile. La scala è stata completata con l’aggiunta del sesto, del settimo grado e via dicendo, ma, all’epoca, Welzenbach ipotizzò che il sesto fosse il grado massimo “invalicabile” per l’uomo, e i passaggi più ardui delle salite veniva indicati con il grado V+. Oggi esistono anche altre scale di difficoltà simili a quella di Welzenbach, nate in altri paesi con tradizioni alpinistiche.

Gli anni ’30 furono per l’alpinismo italiano il miglior periodo per numero di scalate di rilievo, dovute anche in parte alla competizione con la scuola “austriaco/tedesca”, alcune grandi “scuole” alpinistiche Italiane (quelle più in vista all’epoca) sono quella agordino-bellunese di Tissi, i due Andrich e Rudatis; quella trentina di Videsott, Gilberti, Graffer, Detassis, Armani, Pisoni; e quella lecchese di Cassin, Dell’Oro, Tizzoni, Esposito, Ratti, Vitali.

Un elenco di alcune delle più significative e famose salite degli anni Trenta:

1929 – Micheluzzi, guida di Canazei, apre una grande via in Marmolada. E’ la prima via di VI aperta da un alpinista non di lingua tedesca;
1931 – a Tissi ed al maggiore degli Andrich riesce la prima ripetizione italiana della Solleder in Civetta
1932 – Gilberti sale lo spigolo dell’Agner;
1932 – Vinatzer apre una difficilissima variante diretta sulla Forchetta, oltrepassando le difficoltà di Duelfer e Solleder;
1933 – Comici compie il suo capolavoro, con la diretta alla Grande di Lavaredo;
1934 – il giovane degli Andrich apre una delle vie tecnicamente più difficili dell’epoca su Punta Civetta;
1934 – Detassiss apre la sua via sulla Brenta Alta;
1934 – Carlesso compie un’impresa di altissimo livello sulla Torre Trieste;
1935 – Cassin, sempre sulla Torre Trieste apre la prima delle sue grandi vie e quella che, a suo dire, resterà dal punto di vista tecnico la più difficile;
1935 – Cassin forza, con un discreto numero di chiodi, gli strapiombi sulla Ovest di Lavaredo;
1936 – Vinatzer compie il suo capolavoro, aprendo con Castiglioni la sua via sulla Sud della Marmolada; resterà per decenni, assieme alla Carlesso alla Trieste, la via ripetuta con maggiore difficoltà;
1936 – Carlesso supera la Torre di Valgrande;
1936 – Soldà apre due grandi vie sul Sassolungo e sulla Marmolada;
1937 – Comici ripete in solitaria ed in meno di 4 ore la sua via sulla Cima Grande;
1937 – fuori dalle Dolomiti, il solito, inarrestabile Cassin conquista anche la Nordest del Badile.

Negli anni ‘30 si ricorda la polemica tra alpinisti occidentali e quelli delle dolomiti orientali per il tipo di salita, come oggi un po’ la polemica tra arrampicatori sportivi e classici. Allora il confronto fu vinto dalla scuola orientale, che dimostrò di saper portare sulle montagne, la sua esperienza tecnica. Le Alpi Occidentali ebbero man forte da questi alpinisti – Charlet (grande ghiacciatore ma su roccia di livello tecnico piuttosto modesto), Allain e gli italiani Boccalatte, Chabod e soprattutto Giusto Gervasutti.

Le migliori salite di Allain (1935 Aiguille Dru) e Gervasutti (1936, Ailefroide, 1938, Gugliermina e soprattutto la Est delle Grandes Jorasses). Ma facciamo notare che Gervasutti era un “orientalista” trapiantato a Torino ed il primo un parigino che aveva affinato le sue capacità sui sassi di Fointanbleu.
Nel 1930 a Brendel & Schaller riesce la salita della cresta di Peuterey, nel 1931 i fratelli Schmid salgono la Nord del Cervino, nel 1935 Peters & Maier le Jorasses per lo sperone Croz, nel 1938, Heckmair, Voerg, Kasparek & Harrer la Nord dell’Eiger, nel 1938 Cassin lo sperone Walker, nel 1939 Ratti e Vitali l’Aiguille Noire.

Nel periodo tra le due guerre ci furono progressi su ghiaccio, fu introdotto il rampone a 12 punte, che sostituiva il vecchio modello senza punte anteriori, con l’applicazione delle tecniche artificiali e dall’arrampicata su roccia con alcuni accorgimenti, vennero superati molti limiti degli anni precedenti. Il passo avanti è stato fatto con le salite degli inglesi sulla Brenva, di Ertl sull’Ortles e sul Gran Zebrù e di Charlet nel Massiccio del Bianco, e soprattutto con quelle dell’alpinista Welzenbach che spaziò su tutto l’arco alpino.
Alla fine degli anni ‘30 i più importanti ed evidenti problemi delle Alpi sono di fatto risolti, e la guerra arriva a porre fine al periodo dell’alpinismo classico, dell’arrampicata “libera” qualche pregiudizio per l’uso di qualche mezzo artificiale.

Negli anni del dopo seconda guerra mondiale, ha inizio di un nuovo periodo contraddistinto dall’uso di nuove attrezzature artificiali, quali nuove tipologie di chiodi, fino ad arriva al chiodo a pressione (che non piace a tutti, c’è anche l’introduzione della suola “Vibram”. E’ anche il periodo in cui c’è un interesse per i mezzi di comunicazione, non tanto per la ripetizione di vie anche in solitaria ed invernali, ma sopratutto faceva notizia quando avvenivano delle tragedie più che alla cronaca dell’impresa. Grandi protagonisti di questo periodo furono alpinisti come: Maestri, Buhl, Aste, Bonatti, e poi Barbier. E’ soprattutto l’alpinismo francese ad imporsi, riprendendosi da una lunga pausa. Alpinisti come Rebuffat, Lachenal, Terray, Magnone, Berardini, Desmaison, Couzy, Livanos, Gabriel ripresero l’eredità dei Charlet, degli Allain, dei Lagarde e portarono l’alpinismo francese in primo piano sia su roccia che ghiaccio, d’estate e d’inverno, in Europa e fuori.
Vedi la prima salita al Fitz Roy (Patagonia), nel 1952, di Lionel Terray e Guido Magnone, e la conquista dell’Annapurna (Nepal), primo ottomila ad essere salito nel 1950 da Maurice Herzog e Louis Lachenal.

Il dopoguerra è anche esplorazioni extraeuropee come quella del Duca degli Abruzzi e molti altri. Inizia la corsa della conquista ed esplorazione delle montagne più alte del mondo: gli 8000 mt. con l’evoluzione dei materiali e delle attrezzature dà la possibilità agli alpinisti di spingersi oltre il limite di quello che allora era creduto l’impossibile. E di conquistare vette oltre gli ottomila metri, a volte anche senza ossigeno.

1950 – Annapurna, 8.091 metri. È stato il primo 8.000 ad essere conquistato dall’uomo. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 3 giugno dai francesi Maurice Herzog e Luis Lachenal. Non fu mai usato ossigeno.

1953 – Everest, 8.848 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 29 maggio 1953 dal neozelandese Sir Edmund Hillary e dallo Sherpa Tenzing Norgay, dalla parete sud. 1954 – K2, 8.611 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 31 luglio da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, lungo lo Sperone Abruzzi (Sud), con la spedizione guidata da Ardito Desio.

1953 – Nanga Parbat, 8.126 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 3 luglio dall’alpinista austriaco Hermann Buhl, che faceva parte di una spedizione austro-tedesca: è la prima scalata di un ottomila in solitaria.

1955 – Kanchenjonga, 8.586 metri. La sommità fu raggiunta per la prima volta dagli inglesi Joe Brown e George Band, scalando la parete sud Ovest, con la spedizione britannica guidata da Charles Evans.Per rispetto alla credenza locale la vetta è inviolata, a tutto’oggi non vi sono bandiere o altri contrassegni.

1955 – Makalu, 8.462 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 15 maggio da Lionel Terray and Jean Couzy, della spedizione francese guidata da Jean Franco. 1954 – Cho Oyu, 8.201 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 19 ottore da Herbert Tichy, Joseph Jöchler e lo Sherpa Pasang Dawa Lamalla, lungo la cresta nordest. Faceva parte di una spedizione austriaca.

1956 – Lhotse, 8.501 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 18 maggio dagli svizzeri Ernst Reiss and Fritz Luchsinger, via Colle Sud dell’Everest.

1956 – Manaslu, 8.163 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 9 maggio da Toshio Imanishi e Gyalzen Norbu, che facevano parte di una spedizione giapponese.

1956 – Gasherbrum II, 8.035 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta l’8 luglio dagli austriaci Fritz Moravec, Josef Larch e Hans Willenpart.

1957 – Broad Peak, 8.047 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 9 giugno da Fritz Wintersteller, Marcus Schmuck, Kurt Diemberger, ed Hermann Buhl, della spedizione austriaca guidata da Marcus Schmuck.

1958 – Gasherbrum I, 8.068 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta 5 luglio da Pete Schoening e Andy Kauffman, della spedizione statunitense guidata da Nich Clinch.

1960 – Dhaulagiri, 8.167 metri. La vetta fu raggiunta per la prima volta il 13 maggio dalla spedizione svizzero/austraiaca guidata da Kurt Diemberger, insieme a Peter Diener, Ernst Forrer, Albin Schelbert, Nyima Dorji e Nawang Dorji.

1964 – Shisha Pangma, 8.027 metri. Il più basso degli ottomila fu l’ultimo ad essere conquistato, per ragioni politiche: si trova infatti sul suolo tibetano. La vetta fu toccata la prima volta il 2 maggio da una spedizione cinese.

Negli anni sessanta ci sono delle novità che arrivano dagli Stati Uniti e Inghilterra ” il Free Climbing e il Bouldering”. Alla fine degli anni cinquanta gli alpinisti inglesi erano già presenti sull’arco Alpino, ai massimi livelli. Vedi nel gruppo del Monte Bianco, alla prima salita del pilastro centrale di Freney di Chris Bonnington e Don Whillans o alla via di Joe Brown e Don Whillans sull’Agiuille du Blatiere. Quelli americani invece, avevano fatto una veloce apparizione, portando dalla lontana Yosemite una grossa quantità di novità nel gruppo del Bianco, probabilmente non compresa al tempo nel su valore. Parliamo di Royal Robbins, che sul Petit Dru ha aperto la diretta americana con Gary Hemming nel 1962 e la direttissima americana con John Harling nel 1965. Della prima salita alla Sud dell’Aiguille du Fou, di Tom Frost, Stewart Fulton, e ancora Harlin e Hemming, nel 1963:

A questo ammodernamento dell’ Alpinismo occorrerà un pò prima di affermarsi sia per il linguaggio, i materiali (stopper, eccentrici, poi friends scarpette da arrampicata ecc..), tecnica, si inizia a parlare del “Free Climbing” intesa come arrampicata libera, lo stile di arrampicata nel quale l’arrampicatore affronta la progressione con il solo utilizzo del corpo: mani nude, piedi (normalmente con le scarpette), ma anche appoggiando e incastrando il corpo intero o sue parti. Questo non esclude a priori l’utilizzo di attrezzatura, come la corda, l’imbrago, il discensore, i moschettoni, i nuts, i friends e i rinvii, ma questo equipaggiamento è usato esclusivamente per l’assicurazione, per limitare i danni in caso di caduta – Per molti nella volontà dichiarata di lasciare intatta la parete. Nasceva anche il Bouldering: cioè la rivalutazione delle strutture di bassa quota ed addirittura dei massi come attività di allenamento. In generale, si tratta di una rivalutazione delle capacità fisiche e tecniche dell’alpinista, e allo stesso tempo il rifiuto delle tradizionali componenti dell’alpinismo: fatica, paura, freddo. Inizia così a distinguersi, all’interno dell’alpinismo, il dualismo tra arrampicata e alta quota.

Sin dagli anni sessanta Reinold Messner fu uno dei primi e più convinti sostenitori di uno stile di arrampicata che non utilizzi ausili esterni (come ad esempio quello dei portatori). Da allora, Messner ha sempre supportato una filosofia alpinistica volta a non invadere le montagne, ma solamente ad arrampicarle. Lo stile di alpinismo proposto da Messner viene talvolta denominato alpine style, e comporta fra l’altro la necessità di utilizzare un equipaggiamento minimo e molto leggero. Tra gli altri alpinisti che seguirono le idee di Reinhold Messner già dagli anni sessanta, vanno ricordati il fratello Günther e Peter Habeler, che divenne in seguito suo compagno di imprese.

Nel 1970 effettuò la sua prima scalata di una delle principali vette dell’Himalaya: il Nanga Parbat. Tale impresa fu funestata dalla morte del fratello minore Günther, avvenuta mentre i due stavano affrontando la discesa, due giorni dopo aver raggiunto la cima. Reinhold Messner, che subì l’amputazione di sette dita dei piedi in seguito al congelamento, fu oggetto di polemiche perché accusato di non aver fatto tutto il possibile per trarre in salvo Günther; tuttavia con una recente spedizione, Messner ha dimostrato l’infondatezza delle critiche rivoltegli. Molte sono state le imprese di questo Alpinista tra cui molti 8000:

Messner ha conquistato i quattordici ottomila nelle seguenti date:

1970: Nanga Parbat (8125 m)
1972: Manaslu (8156 m)
1975: Gasherbrum I (Picco nascosto) (8068 m)
1977: Dhaulagiri (8167 m)
1978: Everest (8846 m), Nanga Parbat (8125 m)
1979: K2 (8611 m)
1980: Everest (8846 m)
1981: Shisha Pangma (8012 m)
1982: Kanchenjunga (8598 m), Gasherbrum II (8035 m), Broad Peak (8048 m), Cho Oyu (8201 m – tentativo fallito di ascesa invernale)
1983: Cho Oyu (8201 m)
1984: Gasherbrum I (8068 m) e Gasherbrum II (8035 m) in una sola escursione, senza ritorno al campo base
1985: Annapurna (8091 m), Dhaulagiri (8167 m)
1986: Makalu (8485 m), Lhotse (8516 m)

Fu uno dei primi ad arrivare al 7° grado di difficoltà elL’Uiaa oppose all’apertura della scala di difficoltà una resistenza strenua quanto cieca, se si pensa che nello stesso anno, il 1977, Jean Claude Droyer aveva salito la via Bonatti al Capucin con solo 9 chiodi di progressione, attestandosi quindi molto al di sopra del classico sesto grado.

Gli anni successivi sono stati ricchi di avvenimenti con altrettanti Alpinisti……… Si sviluppa anche l’arrampicata su ghiaccio, con nuovi accorgimenti: nuova tecnica frontale di salita su ghiaccio, battezzata “piolet traction”, si basa sull’uso di due piccozze e di ramponi con punte frontali. Gli alpinisti iniziano ad affrontare la parete con la “faccia a monte”: salgono piantando nel ghiaccio alternativamente le piccozze e le punte frontali dei ramponi, senza più spendere tempo ed energie per scavare infiniti scalini.

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